L’integrazione dei fattori ambientali, sociali e di governance (ESG) nella vigilanza prudenziale del settore finanziario europeo rappresenta uno dei cambiamenti più significativi nella metodologia di regolamentazione dall’attuazione di Basilea III e Solvency II. L’8 gennaio 2026 le Autorità europee di vigilanza (l’Autorità bancaria europea, EBA, l’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali, EIOPA, e l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati, ESMA) hanno pubblicato congiuntamente il Final Report on Joint Guidelines on ESG Stress Testing. Questi orientamenti stabiliscono un quadro tecnico unificato che consente alle autorità nazionali competenti (ANC) di integrare i rischi ESG nelle proprie attività di stress test di vigilanza, così da valutare la resilienza degli enti finanziari dell’Unione in un contesto di perturbazioni climatiche e legate alla natura sempre più rapide.
Questi orientamenti nascono in risposta alla natura intrinsecamente intersettoriale dei rischi ESG, che non rispettano i confini tradizionali tra banche, assicurazioni e mercati dei capitali. Fornendo uno standard comune per integrare i fattori ESG nelle metodologie di stress test, le ESAs intendono ridurre la storica frammentazione dei modelli di rischio e avvicinarsi a un approccio coerente e di lungo periodo alla stabilità finanziaria. Questa transizione non è un semplice obbligo di rendicontazione, ma una profonda riprogettazione del modo in cui si quantifica il rischio sistemico: impone di passare da dati storici retrospettivi ad analisi prospettiche basate su scenari.
Stress test nell’
era del rischio climatico
Un quadro unificato che consente a banche, imprese di assicurazione e imprese di investimento di valutare la propria resilienza agli shock fisici e di transizione .
Fondamenti normativi e mandati regolamentari
Gli orientamenti congiunti poggiano su un solido mandato legislativo volto ad armonizzare le prassi di vigilanza all’interno del Sistema europeo di vigilanza finanziaria. In particolare, rispondono ai requisiti dell’articolo 100, paragrafo 4, della direttiva 2013/36/UE (direttiva sui requisiti patrimoniali, CRD) e dell’articolo 304 quater, paragrafo 3, della direttiva 2009/138/CE (Solvency II). Queste direttive incaricano le ESAs, attraverso il loro Comitato congiunto, di elaborare standard che garantiscano coerenza, considerazioni di lungo periodo e metodologie di valutazione comuni per i rischi ESG.
Una sfumatura importante è che gli orientamenti non introducono per le ANC un nuovo obbligo giuridico di condurre stress test di vigilanza incentrati sui fattori ESG. Funzionano piuttosto come un manuale operativo da seguire ogni volta che un’autorità sceglie di effettuare tali prove, sia nell’ambito di un quadro regolamentare consolidato sia come valutazione complementare degli impatti dei rischi ESG. Questo approccio rispetta il principio di sussidiarietà e, al tempo stesso, garantisce che le prove, quando vengono condotte, rispettino uno standard tecnico elevato che ne consenta la comparabilità in tutta l’Unione.
L’attuazione degli orientamenti segue la procedura “comply or explain” (conformarsi o spiegare) prevista dai regolamenti istitutivi delle ESAs. Entro due mesi dalla pubblicazione delle traduzioni ufficiali nel primo trimestre del 2026, le ANC devono comunicare alla rispettiva ESA se intendono conformarsi. Questo calendario prepara la data di applicazione formale di gennaio 2027 e offre a supervisori ed enti finanziari un percorso chiaro per sviluppare le capacità tecniche e organizzative necessarie.
Dimensioni metodologiche e orizzonti temporali
L’architettura tecnica degli orientamenti parte dal presupposto che i rischi ESG si manifestano su orizzonti temporali molto diversi da quelli dei rischi finanziari tradizionali. Se uno shock di liquidità può esaurirsi in giorni o settimane, gli impatti fisici del cambiamento climatico o i mutamenti strutturali della transizione economica si misurano in anni e decenni. Per gestire questo “disallineamento di scadenze”, gli orientamenti distinguono gli stress test in due ambiti temporali e funzionali: la resilienza finanziaria di breve-medio termine e la resilienza strategica di medio-lungo termine.
Resilienza finanziaria di breve-medio termine
L’obiettivo principale dell’orizzonte di breve termine è valutare la capacità immediata del capitale e delle riserve di liquidità di un ente di assorbire gli shock. Queste prove adottano in genere un orizzonte da tre a cinque anni, in linea con i cicli ordinari degli stress test di vigilanza. In questo contesto l’attenzione si concentra su shock “gravi ma plausibili”, come un improvviso aumento dei prezzi del carbonio o una serie di eventi meteorologici estremi in grado di compromettere il merito di credito dei debitori o il valore delle attività date in garanzia.
Dal punto di vista metodologico, queste prove si basano spesso sull’ipotesi di “bilancio statico”, che presuppone che le esposizioni dell’ente restino invariate per tutta la durata dello shock. Ciò consente ai supervisori di isolare l’impatto diretto dei fattori ESG sull’attuale profilo di rischio, senza le distorsioni dovute a interventi del management o a cambiamenti strategici.
Resilienza strategica di medio-lungo termine
Il secondo pilastro del quadro estende l’orizzonte temporale a dieci anni o più e mette alla prova la resilienza della strategia e del modello di business dell’ente rispetto ai cambiamenti strutturali. Questo orizzonte è essenziale per cogliere i rischi di transizione che potrebbero non concretizzarsi nella tradizionale finestra di tre anni, ma che nell’arco di un decennio potrebbero rendere non più sostenibili alcune linee di business.
Le prove di lungo periodo richiedono spesso un approccio di “bilancio dinamico”, in cui gli enti possono modellizzare azioni del management e riallocazioni strategiche in risposta all’evoluzione dello scenario. Gli orientamenti avvertono però che, su orizzonti lunghi, tali proiezioni possono diventare sempre più speculative, portando a fare affidamento su valutazioni narrative e sul giudizio esperto piuttosto che su risultati quantitativi puramente meccanici.
| Caratteristica | Breve-medio termine | Medio-lungo termine |
| Obiettivo principale | Adeguatezza di solvibilità e liquidità | Sostenibilità del modello di business e della strategia |
| Ambito temporale | Da 3 a 5 anni | 10 anni o più |
| Ipotesi di bilancio | Statico (esposizioni costanti) | Dinamico (cambiamenti strategici consentiti) |
| Focus sui dati | Rivalutazione improvvisa dei prezzi; shock fisici acuti | Percorsi delle politiche; cambiamenti fisici cronici |
| Collegamento regolamentare | Requisiti patrimoniali (Secondo pilastro) | Revisione strategica e piani di transizione |
Il flusso di lavoro dello stress test
Un approccio bottom-up basato su scenari di riferimento comuni.
1
Scenari di riferimento
Applicare i percorsi NGFS: transizione ordinata (graduale), transizione disordinata (shock) e Hot House World (rischio fisico).
2
Segmentazione degli attivi e DNSH
Classificare gli attivi. Separare quelli allineati alla Tassonomia (verdi) da quelli che non superano il test DNSH (marroni).
3
Trasmissione e impatto
Applicare gli shock ai flussi di cassa. Calcolare la riduzione del capitale e La densità degli RWA aumenta.
Approcci di progettazione: ruoli dei supervisori e degli enti finanziari
Gli orientamenti lasciano alle ANC la flessibilità di scegliere tra diversi disegni metodologici (top-down, bottom-up e ibrido) in base alla maturità dei dati e agli specifici obiettivi di vigilanza. Ogni approccio definisce ruoli specifici per i soggetti coinvolti:
- Autorità nazionali competenti (ANC): In quanto destinatarie principali, le ANC sono responsabili dell’integrazione dei rischi ESG nei rispettivi quadri nazionali di vigilanza. Definiscono gli obiettivi, il perimetro (portafogli, settori, aree geografiche) e la scelta degli scenari.
- Enti finanziari: Le banche e le imprese di assicurazione soggette alla CRD e a Solvency II devono compiere ogni sforzo per conformarsi agli orientamenti. In ogni esercizio deve essere concesso loro un tempo di preparazione sufficiente per raccogliere le informazioni pertinenti e svolgere le valutazioni interne.
- Il paradigma top-down: In questo modello l’ANC o le ESAs calcolano centralmente l’impatto di uno scenario ESG utilizzando i propri modelli interni e dati standardizzati. Ciò garantisce un’elevata comparabilità e riduce l’onere operativo per gli enti più piccoli, che potrebbero non disporre di capacità di modellizzazione complesse.
- Il paradigma bottom-up: Ogni ente finanziario svolge la valutazione con i propri modelli e dati interni. Questo approccio coglie le specificità dei singoli portafogli e serve a rafforzare le capacità interne, ma richiede alle ANC una revisione approfondita per garantire l’accuratezza delle segnalazioni.
- Il modello ibrido: Questa “via di mezzo” prevede che i supervisori forniscano gli scenari generali e che gli enti li applichino alle proprie esposizioni specifiche, spesso tramite modelli standardizzati. È un approccio essenziale per settori come quello assicurativo, in cui i rischi di sottoscrizione richiedono una granularità specifica per ciascuna impresa.
L’ambito regolamentare
Gli orientamenti si applicano ai tre pilastri della vigilanza finanziaria dell’UE.
La proporzionalità è fondamentale: la complessità della prova cresce con le dimensioni e il profilo di rischio dell’ente.
🏦
Enti creditizi
Autorità: EBA
Focus: Impatto del rischio di transizione sul rischio di credito (PD/LGD) e sulla valutazione delle garanzie.
Approfondimento: Le banche devono segmentare i portafogli crediti per codici NACE per individuare le esposizioni ad alte emissioni.
☂️
Imprese di assicurazione
Autorità: EIOPA
Focus: “Doppia rilevanza”. Shock sul lato dell’attivo (attività non recuperabili) e sul lato del passivo (inflazione dei sinistri).
Approfondimento: Gli scenari di rischio fisico (alluvioni, ondate di calore) guidano la modellizzazione dello stress sulle passività.
📊
Imprese di investimento
Autorità: ESMA
Focus: Variazioni nella valutazione dei portafogli e rischio di liquidità.
Approfondimento: Verificare la capacità di liquidare gli attivi “brown” in caso di panico di mercato durante una transizione disordinata.
Approfondimento tecnico: fattori di rischio ESG e canali di trasmissione
La sfida tecnica centrale degli orientamenti è ricondurre i fattori ESG “non finanziari” alle categorie “tradizionali” di rischio finanziario. Le ESAs sottolineano che i rischi ESG non costituiscono una categoria di rischio a sé stante, ma sono fattori che alimentano rischi esistenti come quello di credito, di mercato, operativo e assicurativo.
Fattori di rischio ambientale
Il rischio ambientale, in particolare quello climatico, è la componente più matura del quadro. Si suddivide in rischi fisici e rischi di transizione.
Trasmissione del rischio fisico
I rischi fisici derivano dall’impatto diretto del cambiamento climatico e del degrado ambientale. Si distinguono in acuti (ad esempio tempeste, alluvioni) e cronici (ad esempio aumento delle temperature, perdita di biodiversità). Gli orientamenti sottolineano la necessità di un’elevata granularità geografica (livello NUTS 3) nella valutazione del rischio fisico, per misurare le esposizioni regionali.
Trasmissione del rischio di transizione
I rischi di transizione derivano da cambiamenti delle politiche, innovazioni tecnologiche e mutamenti del sentiment di mercato. I canali di trasmissione comprendono:
- Rischio di credito: “attività non recuperabili” (stranded assets) nei settori ad alta intensità di combustibili fossili, dove il valore delle garanzie cala in modo significativo.
- Rischio di mercato: volatilità dei prezzi degli attivi man mano che gli investitori disinvestono dagli attivi “brown”.
- Rischio di concentrazione: esposizione eccessiva a settori sensibili al carbonio come l’industria pesante o l’aviazione.
Interoperabilità con il DNSH e le valutazioni del rischio di transizione
Gli orientamenti individuano dipendenze tecniche tra le metodologie di stress test e il principio “non arrecare un danno significativo” (DNSH) previsto dalla Tassonomia UE e dall’SFDR.
- Il DNSH come indicatore del rischio di transizione: Il rispetto dei criteri DNSH è riconosciuto come un modo per gli enti finanziari di individuare la propria esposizione ai rischi di transizione. In particolare, le attività che non rispettano il DNSH sono considerate quelle “più probabilmente” esposte ai rischi di transizione.
- Mitigazione del rischio dei portafogli non allineati: Per un’impresa allineata alla Tassonomia solo in parte (ad esempio al 70%), il restante 30% potrebbe essere dannoso per l’ambiente se non supera il test DNSH, creando potenzialmente rischi di transizione nascosti. Secondo gli analisti, il rispetto del DNSH per le attività non allineate costituisce un indicatore più solido di non rilevanza nelle valutazioni del rischio.
- Effetti della semplificazione: Il pacchetto di semplificazione “Omnibus” (adottato a luglio 2025) ha introdotto soglie di rilevanza che consentono alle imprese di escludere dalla valutazione della Tassonomia e del DNSH le attività che rappresentano meno del 10% del fatturato. Ciò semplifica la raccolta dei dati necessaria alle ANC e agli enti quando inseriscono i dati dell’economia reale nei modelli di stress test.
Approfondimento di ricerca
La dipendenza dal DNSH
Domanda: In che modo il test “non arrecare un danno significativo” (DNSH) incide sui risultati degli stress test?
Risposta: Gli orientamenti utilizzano lo status DNSH come indicatore della capacità di adattamento. Gli attivi che non superano il test DNSH (ad esempio perché danneggiano le risorse idriche o la biodiversità) scontano un “premio per il rischio di transizione”.
- Riduzioni di valore (haircut): gli attivi non conformi subiscono perdite di valore circa 3 volte maggiori nelle transizioni disordinate.
- Rischio di attività non recuperabili: maggiore probabilità di diventare obsoleti o non assicurabili.
Confronto degli haircut (scenario disordinato)
Impatto modellizzato sulla valutazione degli attivi (%)
Selezione degli scenari e prerequisiti di modellizzazione
Uno stress test è credibile quanto gli scenari che utilizza. Gli orientamenti richiedono alle ANC di adottare scenari scientificamente solidi e basati sul lavoro di “organizzazioni ampiamente riconosciute”.
Proiezioni del prezzo del carbonio
Confronto nel tempo degli scenari NGFS.
transizione ordinata
Aumento graduale, politiche prevedibili.
transizione disordinata
Interventi ritardati, impennate improvvise dei prezzi.
Hot House World
Prezzo del carbonio basso, rischio fisico estremo.
Integrazione degli scenari NGFS
Gli scenari del Network for Greening the Financial System (NGFS), ovvero Orderly, Disorderly e Hot House World, forniscono le variabili macroeconomiche e climatiche necessarie per simulazioni complesse. Gli orientamenti evidenziano però che gli scenari NGFS globali devono spesso essere “regionalizzati” per risultare significativi per le singole ANC.
Laboratorio di stress test
Simula la riduzione del capitale in base all’esposizione settoriale e agli scenari climatici.
Stima dell’impatto sul capitale
Seleziona i dati per il calcolo.
Uso di scenari narrativi
Poiché per molti rischi ESG mancano dati storici, gli orientamenti consentono l’uso di “scenari narrativi”. Questi descrivono stati futuri plausibili, come un improvviso collasso della biodiversità globale, senza richiedere da subito precisione quantitativa: uno strumento particolarmente utile per mettere alla prova la “capacità di riflessione” dell’organo di amministrazione di un ente.
Assetti organizzativi e di governance
Le ESAs sottolineano che lo stress test ESG è una funzione centrale di governance e definiscono gli assetti necessari sia per i supervisori sia per gli enti finanziari.
Il ruolo dell’organo di gestione
Negli enti finanziari l’organo di gestione è il responsabile ultimo della resilienza ai rischi ESG. Deve quindi assicurare che i risultati orientino la strategia di business di lungo periodo, la pianificazione della transizione e il Risk Appetite Framework (RAF) dell’ente. Il consiglio di amministrazione deve garantire che le funzioni di gestione dei rischi e di conformità dispongano di competenze e risorse materiali sufficienti per condurre prove significative.
Processo di revisione e valutazione prudenziale (SREP)
Per i supervisori, i risultati degli stress test sono un input fondamentale dello SREP annuale. Le ANC li utilizzano per mettere in discussione le pratiche di gestione del rischio e l’adeguatezza patrimoniale degli enti. Sebbene non sia ancora previsto un collegamento diretto con i requisiti patrimoniali di secondo pilastro (P2R), i risultati costituiscono la base per imporre requisiti qualitativi o riserve di capitale aggiuntive qualora la resilienza risulti carente.
Criticità per il settore e sfide di attuazione
La consultazione pubblica ha messo in luce importanti preoccupazioni tecniche da parte degli operatori del settore:
- Proporzionalità per gli SNCI: Il World Savings and Retail Banking Institute (WSBI-ESBG) e altri gruppi sostengono che i requisiti restino troppo onerosi per gli enti piccoli e non complessi (SNCI). Per questi soggetti gli orientamenti consentono valutazioni qualitative semplificate, come le heatmap.
- Accuratezza o credibilità: Insurance Europe ha messo in dubbio la possibilità di ottenere risultati “accurati” negli stress test ESG, dato lo stadio ancora iniziale dei modelli climatici. A suo avviso l’attenzione dovrebbe concentrarsi sulla “credibilità” e sull’“utilità decisionale”, con il supporto del giudizio esperto.
- Doppio conteggio: L’Association for Financial Markets in Europe (AFME) teme che stress test ESG autonomi possano sovrapporsi ai rischi climatici già incorporati negli scenari macroeconomici standard, portando a una sovrastima del rischio e a impatti ingiustificati sul capitale.
Confronto tecnico: Fit-for-55 2024 e orientamenti congiunti 2026
Gli orientamenti congiunti del 2026 rappresentano un’evoluzione degli esercizi ad hoc condotti negli anni precedenti, in particolare dello stress test climatico “Fit-for-55” dell’EBA del 2024.
| Dimensione | EBA Fit-for-55 2024 | Orientamenti congiunti 2026 |
| Natura | Esercizio tematico ad hoc | Quadro regolamentare permanente |
| Ambito | Principalmente bancario (EBA) | Banche, assicurazioni, mercati (congiunto) |
| Rischio principale | Rischio di transizione (obiettivi UE) | Fisico, di transizione e, in fase iniziale, S e G |
| Metodologia | Top-down (guidata dal supervisore) | Top-down, bottom-up e ibrida |
| Governance | Fotografia settoriale | Resilienza strategica a livello di consiglio di amministrazione |
| Collegamento regolamentare | Rapporto tematico | Integrazione nello SREP e nel RAF |
Prospettive: verso il 2027 e oltre
L’integrazione dei rischi climatici nel quadro degli stress test a livello UE sarà graduale, con un “approccio combinato” a partire dal 2027.
L’evoluzione dei dati e dei modelli
Il successo dipende in larga misura dalla maturazione dell’ecosistema dei dati. L’attuazione della CSRD e del Punto di accesso unico europeo (ESAP) migliorerà la disponibilità di dati ESG standardizzati provenienti dall’economia reale, consentendo agli enti di passare dalle approssimazioni a modelli specifici per ciascuna controparte.
Implicazioni strategiche per gli enti
L’obbligo di verificare la resilienza del modello di business su un orizzonte di 10 anni porterà probabilmente alla luce l’incompatibilità di alcune strategie attuali con un’economia climaticamente neutra. Questa visione prospettica dovrebbe accelerare la riallocazione del capitale, perché il settore sarà incentivato a sostenere la transizione dell’economia reale per evitare future conseguenze sul capitale derivanti dagli stress test.
Conclusione: un cambio di paradigma nella vigilanza
Gli orientamenti congiunti delle ESAs sugli stress test ESG segnano un passo decisivo nella maturazione del quadro UE per la finanza sostenibile. Standardizzando le metodologie per valutare i rischi finanziari legati ai fattori ESG, le ESAs hanno fornito alle autorità competenti e agli enti finanziari gli strumenti per affrontare un’epoca di cambiamenti ambientali e sociali senza precedenti. Pur restando aperte le sfide legate alla granularità dei dati e all’incertezza dei modelli, il passaggio ad analisi prospettiche basate su scenari fa sì che la stabilità finanziaria dell’Unione diventi la prova della sua resilienza futura.



