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Che cosa non va nella moda di lusso di oggi? L’Italia apre una nuova era di trasparenza e di indagini ESG

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Le maison italiane della moda di lusso, sinonimo di tradizione, precisione ed eleganza senza tempo, stanno affrontando la loro prova più profonda: la responsabilità ESG.

Nel solo 2025 Tod’s, Giorgio Armani, Valentino e Loro Piana sono finiti sotto la lente per presunti scostamenti tra i loro impegni etici e la realtà delle loro filiere.

Quella che era una questione di reputazione è diventata una crisi giudiziaria e di governance, che sta ridefinendo il rapporto tra sostenibilità, compliance e lusso.

Armani: il prezzo elevato del “social greenwashing”

Nell’agosto 2025 l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM) ha sanzionato Giorgio Armani S.p.A. per 3,5 milioni di euro per pratiche commerciali scorrette.

Secondo l’istruttoria, la comunicazione aziendale di Armani, in particolare gli “Armani Values” e le dichiarazioni di sostenibilità, sopravvalutava il controllo dell’azienda sui laboratori in subappalto. Dagli elementi raccolti sono emerse condizioni di lavoro non sicure, scarsa igiene e lavoro irregolare, in diretta contraddizione con i valori etici dichiarati dal marchio.

L’AGCM lo ha definito “social greenwashing”: una rappresentazione ingannevole della responsabilità sociale nella comunicazione commerciale.

“L’etica non può essere una questione di marketing: deve essere vera sul piano operativo.” Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM), agosto 2025

La sanzione ad Armani segna una svolta: il linguaggio della sostenibilità è ormai una questione di precisione giuridica, non di narrazione del marchio.

Tod’s: amministrazione giudiziaria per sfruttamento del lavoro

Nell’ottobre 2025 la procura ha chiesto di sottoporre il Gruppo Tod’s ad amministrazione giudiziaria, dopo che erano emersi elementi di sfruttamento del lavoro nella sua rete di subfornitura.

Le indagini hanno individuato laboratori a gestione cinese che pagavano appena 2,75–3 euro l’ora, trattenevano dal salario le spese di alloggio e imponevano orari prolungati in condizioni non sicure.

Tod’s ha dichiarato di sottoporre a audit i propri fornitori e di non essere direttamente coinvolta, ma secondo la procura i meccanismi di controllo non hanno funzionato nei livelli più profondi della filiera.

Se confermato, il caso potrebbe creare un precedente sulla responsabilità d’impresa oltre i fornitori di primo livello, estendendo la responsabilità ESG all’intera catena produttiva.

Valentino: “colpevole omissione” nel controllo della filiera.

Nel maggio 2025 il Tribunale di Milano ha sottoposto Valentino Bags Lab Srl , società controllata da Valentino, ad amministrazione giudiziaria per un anno per uno sfruttamento sistematico del lavoro nella sua filiera italiana.

Gli inquirenti hanno trovato lavoratori migranti che dormivano nei laboratori, usavano macchinari privati dei dispositivi di sicurezza e lavoravano per un numero eccessivo di ore con compensi minimi.

Il tribunale ha descritto l’approccio di Valentino come una “colpevole omissione nel controllo dei fornitori”, sostenendo che il marchio avesse privilegiato l’efficienza dei costi rispetto alla diligenza etica.

Anche se Valentino non è stata sanzionata, l’amministrazione giudiziaria, con la nomina di un amministratore esterno incaricato di garantire la conformità, funziona di fatto come una sanzione e riflette il passaggio da un’applicazione punitiva a un’applicazione
correttiva delle regole ESG.

Loro Piana: il costo del subappalto silenzioso

Nel luglio 2025 un altro nome si è aggiunto alla lista: Loro Piana S.p.A., il marchio del cashmere del Gruppo LVMH, è stata posta in amministrazione giudiziaria per un anno dopo analoghi accertamenti di sfruttamento
del lavoro.

I tribunali italiani hanno accertato che alcuni subfornitori in Lombardia e Piemonte affidavano il lavoro a laboratori non autorizzati, dove i dipendenti lavoravano fino a 90 ore a settimana per circa 4 euro l’ora e vivevano in alloggi insicuri e insalubri.

Pur non essendo indagata penalmente, Loro Piana è stata ritenuta dal tribunale “colpevolmente” inadempiente nel vigilare adeguatamente sulla propria filiera. L’azienda ha poi interrotto i rapporti con i fornitori coinvolti e si è impegnata a rafforzare i controlli, ma la decisione segna un punto di svolta reputazionale per uno dei marchi più esclusivi d’Italia.

Il caso ha riacceso il dibattito sul costo sociale nascosto del lusso artigianale, mettendo in discussione il mito secondo cui la produzione artigianale su piccola scala sarebbe di per sé etica.

Il paradosso ESG del lusso italiano

In tutti questi cinque marchi emerge un paradosso comune:
le reti legate alla tradizione che definiscono il lusso italiano, artigianali, territoriali e a conduzione familiare, sono anche la fonte di una profonda opacità.

DimensioneTod’sArmaniValentinoLoro Piana
Principale criticità ESGSfruttamento del lavoro nei laboratori in subappaltoDichiarazioni etiche e sociali ingannevoli (“social greenwashing”)Sfruttamento del lavoro e carenze di governanceSfruttamento del lavoro e carenze nel controllo dei fornitori
Situazione regolamentareIndagine giudiziariaSanzione AGCM da 3,5 mln di euroAmministrazione giudiziaria (1 anno)Amministrazione giudiziaria (1 anno)
Interazione con i clientiAlta: retail, PMI, gruppi poco servitiAlta: assicurati, sinistri, copertureBassa: prevalentemente B2B e istituzionale
Esposizione ESGAlta (sociale)Alta (governance/sociale)Alta (sociale/governance)Alta (sociale/governance)
Rischio principaleSubappalto su più livelliRappresentazione ingannevoleCarenze nel controllo di governanceOpacità della filiera

La debolezza sistemica non è l’intenzione, ma la tracciabilità: i marchi si affidano a reti così frammentate che far rispettare gli standard ESG diventa ingestibile sul piano pratico e su quello giuridico.

Il punto di vista dell’esperto: commento di Roberto Randazzo, Partner di Legance

In un contesto politico in cui gli obblighi normativi ESG stanno rallentando in modo significativo, con le proposte di “alleggerire” la Direttiva sulla rendicontazione societaria di sostenibilità (CSRD) e la Direttiva sul dovere di diligenza delle imprese ai fini della sostenibilità (CS3D), è la Procura italiana ad aver colmato il vuoto normativo e riaffermato l’importanza della tutela dei diritti umani lungo l’intera filiera.

L’amministrazione giudiziaria di diverse aziende della moda ha messo in luce le carenze strutturali di varie imprese nella gestione degli impatti negativi, effettivi o potenziali, sull’ambiente e sui diritti umani lungo tutti gli attori della catena del valore. Agli operatori di mercato è oggi richiesto di rispettare standard di due diligence molto
più elevati che in passato.

A conferma di ciò, la Prefettura di Milano, insieme alla Procura, ha recentemente adottato il cosiddetto Protocollo Moda , uno strumento volontario che individua impegni e strutture di governance come codici di condotta, clausole contrattuali e audit periodici, per rafforzare la tutela dei diritti umani lungo l’intera filiera. Questi presidi riprendono i consolidati meccanismi di governance sostenibile previsti da CSRD e CS3D e oggi non sono più semplici raccomandazioni, ma veri e propri standard operativi che le autorità valutano per verificare l’adeguatezza delle misure di due diligence ESG delle imprese.

Gli sviluppi investigativi nel settore della moda hanno quindi segnato una svolta nella gestione dei rapporti con i fornitori. A differenza del passato, la semplice adozione di presidi formali non basta più e, soprattutto, non mette le imprese al riparo dal rischio concreto di sanzioni e danni reputazionali. Per le aziende, la sfida è trasformare questi obblighi in strutture di governance e organizzative pensate non solo per ridurre i rischi, ma anche per dimostrare agli stakeholder (autorità, investitori e mercato) un impegno serio e verificabile verso la sostenibilità.

Indipendentemente dall’applicabilità diretta del quadro normativo ESG dell’UE, alle imprese è oggi richiesto di adottare programmi di compliance integrati, sul piano giuridico, etico e sociale, come leva essenziale per garantire legalità, competitività e credibilità sul mercato.

Conclusione: la responsabilità come nuovo lusso

Mentre l’Europa discute il pacchetto Omnibus, tra semplificazione, alleggerimento normativo e perfino la possibile cancellazione o diluizione della CSDDD, l’esperienza italiana racconta un’altra storia.

Il 2025 ha dimostrato che, con o senza Bruxelles, l’applicazione delle regole ESG è già una realtà.

Giudici, procure e autorità della concorrenza non aspettano più nuove direttive per intervenire: applicano le leggi esistenti in materia di lavoro, tutela dei consumatori e governance per colmare il divario di responsabilità.

Per il lusso italiano, quest’anno segna il momento in cui lo storytelling ha incontrato la realtà normativa. L’ESG non è più un accessorio dell’identità di marca: è diventato il tessuto stesso della conformità legale e della fiducia degli investitori.

I marchi del lusso devono ora costruire ecosistemi tracciabili e verificabili, che estendano la responsabilità etica oltre gli atelier e gli studi di design fino a ogni subfornitore, artigiano e fonte di materia prima.
Che la CSDDD sopravviva o meno all’iter legislativo, la direzione è irreversibile: la responsabilità sta diventando il cuore della competitività.

Il futuro del lusso apparterrà a chi saprà trasformare l’artigianalità in conformità e l’estetica in evidenza.

Perché in questa nuova era la responsabilità è, e resterà, il vero segno distintivo dell’eccellenza.

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